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Gli animali di Venezia, dal leone, simbolo del patrono della città, l'Evangelista Marco, alla pantegana, graffiti, sculture, patere dedicate al regno animale.
Se il leone è più che degnamente rappresentato in tutta la città, montato su colonne (in Piazza S.Marco), deposto su facciate di palazzi, dipinto allegoricamente in quadri "ufficiali" o meno, ciò non toglie che tanti, tantissimi animali si possano trovare collocati su sculture in marmo e inseriti sulle facciate di moltissimi palazzi, case, ponti e muretti di cinta. Spesso sono animali di fantasia, delineati all’interno di stemmi araldici, altre volte veri e propri omaggi, talvolta anche privi di altro valore allegorico, al regno animale: cane, granchio, pesci, varie tipologie di uccelli, arrivando fino all’umile pantegana, anch’essa però ben presente e con pieno titolo, nella storia della Città. Oltre al ben rappresentato leone, un altro animale - il cavallo - si è più volte incrociato prepotentemente con i destini cittadini e la storia di Venezia. Strano pensare a questo quadrupede a spasso per la città, ma circa fino al 1600, i cavalli potevano girare quasi dappertutto, con l’ausilio, per attraversare i canali di ponti costruiti senza gradini o con gradini molto larghi. L’ultimo esempio di questo tipo di ponte (molto particolare perché anche senza sponde di contenimento) si può trovare in città nelle vicinanze della Scuola Grande della Misericordia a Cannaregio, ed è ponte Chiodo, mentre per trovare un altro esempio architettonico simile, dobbiamo trasferirci fino all’isola di Torcello presso il ponte del Diavolo.
Ponte Chiodo a Cannaregio
Tornando ai cavalli, i più rappresentativi e conosciuti esemplari sono senz’altro quelli collocati sul loggiato della Basilica di S.Marco, dove hanno trovato posto per circa otto secoli, a far tempo dal 1204 (saccheggio di Costantinopoli) e sostituiti solo da qualche anno, da copie, in conseguenza al deperimento dovuto all’inquinamento atmosferico, per essere messi al sicuro in locali protetti e climatizzati. I cavalli, rarità, furono fusi in rame (quasi puro) e non in bronzo, per favorirne la successiva doratura e sono di una bellezza straordinaria, tanto che il poeta Francesco Petrarca li descrisse scrivendone che: "Sembrano quasi nitrire e scalpitare". Una bellezza, paradossalmente, che non ci ha aiutato a definirne sia la corretta provenienza spazio-temporale sia il nome dell’artista autore dell’opera. Essa, infatti, varia nelle molte ipotesi, dall’epoca greca a quella romana, dall’epoca di Costantino, (III secolo d.C.) a quella di Lisippo il "ritrattista" ufficiale di Alessandro Magno (circa 4° secolo a. C.). Di certo si sa che i veneziani portarono i quattro cavalli come bottino di guerra della quarta Crociata nel 1204, probabilmente saccheggiando l’ippodromo di Costantino a Corinto. La fusione, in soli due pezzi, raccordati nel collare, permise tra l’altro, un trasporto nelle stive delle navi veneziane, più agevole e sicuro, dopo che questi vennero smontati. Una volta giunti in città, anche per il dibattito conseguente alla loro eventuale sistemazione, furono per così dire "dimenticati" all’interno di un magazzino all’Arsenale. Qualche anno dopo, grazie agli ambasciatori fiorentini in visita ai cantieri della Serenissima, furono notati e trovarono infine collocazione sulla terrazza della Basilica di S.Marco. La quadriglia, dalla quale furono tolte le bardature al momento della loro sistemazione, venne così idealmente e ancor più dopo essere stata spogliata delle briglie stesse, accostata al concetto di libertà e indipendenza dello stato veneto. E fu proprio Napoleone Buonaparte dopo aver decretato la caduta della Repubblica di Venezia nel 1797, a portare i cavalli (con tutto il loro speciale carico ideale) in Francia come bottino di guerra.

Questi ritornarono al loro posto (se così si può dire), seguendo l’evoluzione storica del tempo, qualche decennio dopo, con l’annessione di Venezia all’Impero Austroungarico, nell’anno 1815. Adesso i cavalli originali sono ospitati e possono essere ammirati, presso il Museo di S.Marco, all’interno della Basilica.
La quadriglia ricoverata presso il Museo di S.Marco
Da Piazza S.Marco raggiungiamo, con una breve passeggiata a piedi, campo SS.Giovanni e Paolo per osservare, un altro famoso quadrupede, quello posto sul monumento equestre di Bartolomeo Colleoni. Il Colleoni nacque nel bergamasco, sulle sponde dell’Adda, sul finire del 1400. Di nobili origini, iniziò la sua carriera di guerriero come scudiero a soli quattordici anni. Una vita intensissima e più che avventurosa, legata a doppio filo con le vicende portarono alla quasi massima espansione territoriale di terraferma della Repubblica di Venezia. Un rapporto di odio/amore, di concessioni e di tensioni spesso durissime per "L’invincibile" com’era definito dai suoi soldati e per l’uomo che fu un innovatore nell'arte militare di allora. Sua l’idea del trasporto di navi via terra; sua l’idea per l’uso per la prima volta sul campo di battaglia, delle armi da fuoco, cosa che avvenne nel 1466 a Molinella di Ricciardina, dove impiegò le così dette "spingarde" collocandole pure su piccoli carri mobili. Il testamento del condottiero poneva la richiesta di essere sepolto in Piazza S.Marco, con un monumento equestre da erigersi a cura degli eredi e da questi "pagato" attraverso un ricchissimo lascito a favore della Serenissima. Venezia da sempre attenta agli squilibri derivanti dal culto della singola personalità, concesse sì di erigere tale monumento, però equivocando quasi sbadatamente e collocandolo davanti alla Scuola di S.Marco in campo SS.Giovanni e Paolo. Così vuole la leggenda, ma è sicuramente leggendario il monumento equestre, progettato da Andrea Verrocchio (maestro di Leonardo Da Vinci) tra il 1481 e il 1485 e fuso in città sotto la direzione di Alessandro Leopardi, alla morte del Verrocchio, con la difficilissima tecnica detta della "cera persa". La scultura è uno dei capolavori dell’arte rinascimentale veneziana e non solo, e il fiero comandante si accompagna all’ancor più fiero trotto del suo poderoso e furente destriero.
Il monumento equestre a Bartolomeo Colleoni
Restando in tema di cavalli e fatti soli pochi passi varcata la soglia della Basilica dei SS.Giovanni e Paolo, si possono trovare alcuni monumenti funebri equestri, tra i quali due particolarmente interessanti. Sono quelli seicenteschi dedicati a Orazio Baglioni, generale della Repubblica, morto nella Guerra di Gradisca nel 1617, e quello in legno dorato su progetto di Francesco Terillio dedicato a Pompeo Giustiniani, detto "Braccio di Ferro" (perse l’arto per un colpo di cannone e lo sostituì con una protesi in metallo), comandante di origine sarda, perito, sempre nella Guerra del Friuli o di Gradisca, durante l’assedio di Gorizia nel 1616 perché colto da una moschettata. Usciti, passando sul ponte del Cavallo e sulla via (Calle Larga Giacinto Gallina) che un terrorizzante direttore del TG4, Emilio Fede, descrisse in una trasmissione televisiva serale, come luogo di inenarrabili turpidezze notturne, possiamo raggiungere, con un piccolo percorso terrestre, (Miracoli, S.Cancian, SS.Apostoli, Strada Nuova), il piccolo "tributo" alla pantegna. E’ un graffito anonimo su di una bellissima e possente colonna d’angolo del palazzo che si affaccia sul Canal Grande dalla calle del Traghetto, una laterale della Strada Nuova, poco dopo la Ca’d’Oro, di fronte alla chiesa di S.Felice.

La pantegana tecnicamente "ractus ractus" è il simbolo riconosciuto della Venezia del degrado e dell’abbandono, delle rive scalcinate, della spazzatura lasciata a marcire, dei canali visti come fogne a cielo aperto. E’ forse anche il simbolo di quanto misterico e profondo c’è nelle viscere della Città. Può trasmettere, ahinoi, più di trenta malattie all’uomo, tra le quali la terribile peste bubbonica, e nei secoli tale trasmissione portata attraverso la pulce Xenopsylla cheopis, ospite del mantello del ratto, causò terrificanti epidemie. Ma il ratto è anche animale molto intelligente e di compagnia se addomesticato, e anche, a discapito di tutte le leggende, tendenzialmente assai pulito. La nostra pantegana, riprodotta in un allegro balzo a baffoni spiegati, forse opera di un annoiato gondoliere in attesa di lavoro, chissà quale storia ci vorrà raccontare, ma è assai ridanciana e più vicina ai film di animazione della Walt Disney, che agli esiti funesti della fiaba del Pifferaio di Hamelin, dei fratelli Grimm. Da qui è possibile raggiungere dopo un breve tratto a piedi, le stazioni Actv di Ca’d’Oro e S.Marcuola, entrambe servite dalla linea 1.
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