Religione, religioni. I luoghi di culto in città. Gli Ebrei, i Greci, gli Armeni, fino ai frati dell’Isola di S.Francesco del Deserto. Un percorso per una sola intensissima giornata, con la possibilità di una e più notti da trascorrere persi nel silenzio della Laguna Nord di Venezia.
Una città fiera della propria "indipendenza" dai dogmi del papato, fino al limite estremo della scomunica e dell’Interdetto, lanciato nel 1606 da Papa Paolo V. Una città "aperta" a tutte le nazioni con le quali commerciava e magari, contemporaneamente guerreggiava; molte particolarità, se non stranezze, - al nostro modo di intendere forse inspiegabile - come ad esempio lo spazio concesso ai musulmani nel Fontego dei Turchi (dal 1621 e aperto per circa due secoli), mercato-casa-sede diplomatica degli acerrimi, molto spesso, nemici. Già prima, in mezzo alle moltissime asprezze, vale la pena di ricordare che Giovanni Bellini, nel 1479, compì una specie di missione diplomatico-culturale giungendo fino a Costantinopoli per ritrarre Maometto II (colui che mise fine all’Impero Romano d’Oriente e alla Serenissima qualche grattacapo lo diede). Un contraddittorio rapporto sondato già nella mostra: "Venezia e l’Islam 828-1797: "L’esposizione illustra l’articolato e intenso rapporto tra Venezia e il vasto mondo musulmano, attraverso centinaia di oggetti di un’arte raffinata e splendida – dai dipinti ai vetri, dalle ceramiche ai metalli, dai tessili ai materiali a stampa - provenienti da collezioni veneziane prestigiose e da altre grandi istituzioni museali europee e americane, che testimoniano reciproco influsso nella definizione ed evoluzione dei linguaggi artistici, intensità e continuità negli scambi, trasmissione dei saperi e delle tecniche, talento di artisti e artigiani, ma anche di commercianti e imprenditori, e, naturalmente, squisita abilità diplomatica". Così in città, poté svilupparsi prepotentemente la componente ebraica, originariamente nei confini dettati dall’isola di Spinalonga o Zueca o Giudecca, isola echeggiante (forse) proprio il nome del popolo ebraico. In tempi successivi e per intricate vicende storiche, su iniziativa di Zaccaria Dolfin, dal 1516 il Senato della Repubblica decise che tutti gli ebrei presenti a Venezia si sarebbero dovuti stabilire nel Ghetto, passando per due soli accessi, questi da chiudersi a mezzanotte e da aprirsi all’alba, a cura di guardie cristiane pagate dagli ebrei. E proprio dal Ghetto partono i primi passi di questo nostro percorso dettato dal filo delle varie religioni presenti in città. Nel Ghetto si accede attraverso varie strade ma l’accesso principale è quello tramite la porta di marmo posta all’entrata del Sottoportico del Ghetto, a fianco del ristorante tipico koscher Gam Gam, a i piedi del Ponte delle Guglie a Cannaregio (Actv Guglie, linee 4.1-4.2 e 5.1-5.2). Una porta dove, scolpiti sul marmo, si possono osservare i segni lasciati dai possenti battenti dei portoni che servivano a isolare la zona dalle altre parti della città. Il Ghetto, il cui nome deriva dal veneziano "geto", visto l’antica presenza di fonderie, è città nella città, con case costruite sulla verticale, tanto alte da essere altissime per la città lagunare, e quasi prototipi di moderni grattacieli.
Veduta del campo del Ghetto Nuovo
Si possono trovare ancora cinque sinagoghe, erano nove nel 1719, e precisamente la Scola Grande Tedesca, la Scola Canton, la scola Italiana, la Scola Levantina e la Scola Ponentina o Spagnola, costruite tra il primo quarto del 1500 e la metà del 1600 dai vari gruppi etnici. Nel campo del Ghetto Novo, si trova il Museo Ebraico di Venezia, si tratta di un piccolo, ma ricchissimo museo fondato nel 1953 dalla Comunità Ebraica veneziana e vi sono esposti importanti esempi di manifattura orafa e tessile databili tra il XVI e il XIX secolo. Dal Ghetto, a un’altra comunità religiosa, quella dei Greci, raggiungibile con il vaporetto o naturalmente a piedi.
La chiesa e il campanile dei Greci
"Sul finire del ‘400, I Greci residenti in Venezia ottennero il permesso di fondare una Scuola con annessa chiesa, per l’assistenza di molti connazionali qui residenti e per offrir loro modo di seguire il rito ortodosso. Ottenuto da prima un altare nella prima Chiesa di S.Biagio presso il Ponte dell’Arsenale e ottenuto più tardi (1498) di riunirsi in Confraternita o Scuola con il loro Santo protettore San Nicola di Mira, la Comunità greca attese anche alla costruzione di una chiesa di rito greco-ortodosso". (Lorenzetti, Venezia e il suo Estuario). Sicché la comunità greca vanta una bella chiesa risorgimentale con influssi sansoviniani, iniziata nel 1539, un magnifico campanile pendente inaugurato nel 1592, un bel palazzo sede della comunità (palazzo Flangini, architetto Baldassare Longhena) e dell’importante museo delle Icone. Dalla comunità greca a quella armena, il passo è teoricamente breve, se non fosse che la comunità ha sede presso l’omonima isola a S.Lazzaro degli Armeni. Ecco l’obbligo di servirsi di un vaporetto Actv di linea 20, con partenza dal pontile di S.Zaccaria Monumento.
L'isola degli Armeni
Una piccola isola in origine ospedale e lebbrosario, da qui la dedica a S.Lazzaro, protettore dei lebbrosi, che all’inizio del 1700 accolse la colonia Armena, già presente in città, alimentata dai profughi di Modone (o Methoni), roccaforte e base navale veneziana nella regione del Peloponneso, conquistata nel 1715 dai turchi. Sebaste Manung di Pietro, padre Mechitar
Sebaste Manug di Pietro (1675-1749), monaco, detto Mechitar (il consolatore) fondò il convento, rendendo fervente l’attività di ricovero, carità, ma anche di diffusione culturale armena, ma non solo, con la tipografia messa in attività in isola in grado di stampare in ben trentasei lingue e caratteri diversi. La biblioteca, che si può visitare con l’ausilio della guida dei padri, è importantissima per i manoscritti e i libri custoditi, nonché per le opere pittoriche, citiamo tra i molti, Palma il Giovane, Jacopo Bassano, Sebastiano Ricci, Gaspare Diziani, GB Tiepolo, Canaletto, Luca Giordano, su su, fino ai ritratti di abati del veneziano Francesco Hayez. Dalla quiete di S.Lazzaro degli Armeni, rifugio anche dell’anima inquieta di Lord Byron, interrotta oggigiorno solo dal traffico acqueo, a volte pesante, dell’adiacente rio sulla strada per S.Marco o per il Lido di Venezia, il nostro orizzonte si sposta dalla Laguna Sud a quella Nord, per raggiungere una delle comunità religiose più isolate, quella dei frati francescani dell’Isola di S.Francesco del Deserto. Impresa nell’impresa è anche quella di raggiungere l’isola, collocata geograficamente nelle vicinanze di Burano. Il segreto è formare un numero telefonico lo, 041 5286863, per poter concordare con i frati, là residenti, l’eventuale visita. L’appuntamento per il trasporto, l’isola non è servita, infatti, dai mezzi pubblici, è dato presso la riva adiacente la chiesa di S.Martino di Burano, subito dietro Piazza Galuppi. Molte sono le leggende legate a questa comunità, la principale vuole che la stessa sia stata fondata da S.Francesco d’Assisi in persona, che assieme ad un anonimo compagno, alcuni citano Illuminato da Rieti, entrambi giunti a Venezia dalle meditazione e dall’apostolato in Oriente. I due approdarono su quest’isola nel 1220 durante l’infuriare di una tempesta. Una volta sbarcati con molta fatica, furono accolti dal cinguettio degli uccelli, "..dal fastoso canto delle rondini", come scrisse S.Bonaventura nel libro Legenda Major, e dall’improvviso calmarsi degli elementi. Decisero quindi, interpretando la cosa come volontà divina, di porvi base. Sempre leggenda vuole che il bastone del Santo, piantato sul terreno, rigermogliasse e che quella pianta, un pino, esista ancor oggi e sia venerato dai pochi frati rimasti, (nel marzo del 2009 la comunità conta sei frati). Il nostro lungo pellegrinare, tra luoghi, e religioni, suggerisce di godere del piacere della quiete dell’isola, di coglierne i profumi, i colori, gli inaspettati silenzi che solo un’isola immersa nella Laguna Nord, può offrire.
Il viale d'ingresso al monastero dell'isola di S.Francesco
I frati sono anche in grado di dare ospitalità, presso la propria foresteria, a chi, pellegrino stanco e affamato ma munito di proprie lenzuola, sia desideroso di meditazione spirituale per un periodo di due o tre giorni. Se questi fossero troppi, gli orari di visita sono 9.00-11.00 e 15.00-17.00, (lunedì escluso).
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