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Furti d’arte a Venezia. Un itinerario artistico disegnato da ladri acrobati o ladri gentiluomini. La "scuola veneziana", dall’origine della Repubblica a Napoleone e fino ai nostri giorni. PDF Stampa E-mail
Alessandro Rizzardini / Lunedì 10 Gennaio 2011 13:56

Furti d’arte a Venezia. Un itinerario artistico disegnato da ladri acrobati o ladri gentiluomini. La "scuola veneziana", dall’origine della Repubblica a Napoleone e fino ai nostri giorni.

 

Strano abbinamento quello di un percorso veneziano disegnato dai ladri d’arte. Strano ma interessante, vista anche la qualità delle opere trafugate da parte di ladri spesso veri professionisti della materia, alcune altre volte invece improvvisati, se non buffi, mano lunga.
Il dibattito su cosa sia furto in una città come Venezia, ci porterebbe molto lontano, al fatto che parte del patrimonio artistico si sia in qualche modo formato sulla razzia a seguito di episodi di belligeranza, di “bottini di guerra”, di spoliazioni di terre e luoghi conquistati e ri-conquistati con la forza, ci porterebbe indietro nel tempo, forse fino alle stesse origini della città, dalla fuga cioè dalla terraferma verso le lagune disabitate e i proto insediamenti veneziani.
Niente di nuovo, invasioni, guerre, saccheggi, bottini, da che mondo è mondo, hanno comunque rimpolpato la storia di alcuni stati o nazioni e ridimensionato di conseguenza, quella di qualcun’altro.
Restando a Venezia, fa parte indissolubile del patrimonio cittadino, per esempio il ricco bottino che i veneziani ottennero dal sacco di Costantinopoli, come saldo del “premio” in denaro non interamente versato per l’allestimento della flotta cristiana necessaria al trasporto delle truppe della Quarta crociata, nell’anno 1204.

In questo caso, il bottino raccolto per essere spartito tra i vincitori, era tanto ricco da stipare, narrano le cronache, ben tre chiese fino alla volta, e fu diviso su questa base: tre ottavi ai veneziani, tre ottavi ai crociati, il restante quarto destinato al futuro imperatore di Costantinopoli.


I veneziani portarono a casa, tra le mille altre cose, i quattro cavalli di bronzo che ornavano la Basilica di S.Marco, l’icona della Madonna Nicopeia e molte preziose reliquie ancora serbate nel tesoro di S.Marco.
Il saccheggio viceversa della città di Venezia e la diaspora di molti suoi capolavori, avvennero al seguito della caduta della Repubblica a partire dal 1797, come è stato più volte lamentato, più volte documentato e spesso è stato al centro di furibonde polemiche.
Un saccheggio che ha avuto come protagonisti prima le truppe francesi di Napoleone poi quelle austriache dell’Impero Asburgico, nazioni che si succedettero come dominatori fino all’annessione del Veneto e di Venezia al Regno d’Italia nel 1866, in una città che non aveva mai conosciuto alcuna precedente occupazione.
Saccheggio derivato anche dalla contemporanea perdita di moltissime opere d’arte per l’incredibile dispersione e svendita di ricchissime collezioni private, senza alcuna mediazione o freno da parte dell’autorità pubblica, o sempre per i motivi visti in precedenza, al seguito della soppressione di chiese e ordini religiosi fino alla distruzione fisica di edifici di grande rilievo architettonico.
L’affare, il saccheggio, le razzie ed anche il furto, illustrati nel libro di Alvise Zorzi, “Venezia scomparsa”, è motivo di molta disperazione e qualche lacrima tra i veneziani doc; di conseguenza, la lettura dei cataloghi dei principali musei europei, ricchissimi di opere d’arte prelevate o di provenienza veneziana, danno la misura sia dell’eccezionale concentrazione del patrimonio che è transitato in Città, sia della sua straordinaria qualità complessiva.

 

                                                                             venezia_scomparsa

Ma restando la tema che ci accompagna in questa visita veneziana, il furto forse più clamoroso per la qualità dell’opera, tanto da rientrare nella classifica delle dieci opere più ricercate dalla Polizia in Italia (classifica che ospita opere come la Nativita' del Caravaggio, il Bambinello dell'Ara Coeli, il Ritratto di donna di Klimt, Ecce Homo di Antonello da Messina, la Sacra Famiglia del Garofalo, la Madonna del Cucito di Francesco Cozza, una sanguigna di San Giovanno Battista di Leonardo, la Vergine, il Redentore e San Francesco d'Assisi in preghiera di Mattia Preti, il Martirio di sant'Erasmo di Poussin), è la piccola tavola dipinta a tempera e a olio da Giovanni Bellini (1430-1516), datata 1480 e intitolata "La Madonna dell’Orto", ospitata nella chiesa omonima.
Il furto veneziano fu scoperto nella mattinata del 1° marzo 1993, e le ricerche condotte non hanno fin qui portato al ritrovamento dell’opera.
La chiesa della Madonna dell’Orto, fu eretta nella metà del XIV secolo (poco dopo il 1355) da Tiberio da Parma Generale dell'Ordine degli Umiliati che qui fu sepolto alla sua morte avvenuta il 21 gennaio 1377, e dedicata a san Cristoforo martire.
Nel 1377 il popolo la chiamò chiesa della Madonna dell'Orto in seguito alla collocazione (18 giugno) di un simulacro della Vergine ritenuto miracoloso, opera dello scultore Giovanni De Santi.

madonna_dellorto La chiesa della Madonna dell'orto   madonna_dellorto_2 Il Bellini rubato e mai più ritrovato 

E’ considerata una delle più belle chiese veneziane, splendido il campo (la piazza) dove vi si affaccia con il pavimento in mattoni a spina di pesce, e magnifica la facciata gotica ornata delle statue degli apostoli.
Ospita la tomba di Jacopo Tintoretto, che della Madonna dell’Orto fu parrocchiano e vi lasciò numerosi dipinti che si possono ancor oggi ammirare in loco.
Spostandosi più all’interno della città, il nostro viaggio ci porta alla scoperta della chiesa della Fava, nelle immediate vicinanze del Ponte di Rialto, una chiesa "nascosta", forse considerata minore, teatro di un altro clamoroso furto d’arte.
Questa volta a farne le spese, è Giambattista Tiepolo, l’opera si intitola "Sant'Anna, la Vergine bambina e San Gioacchino", ed è più nota come "L'educazione della Vergine".
E’ un quadro famoso, di grandi dimensioni due metri per tre. Il furto che le cronache del tempo raccontano come "fantozziano", ha molto dell’incredibile per la maniera in cui si è svolto.
C’è una sorta di prova generale: i malviventi, infatti, rubano appena una settimana prima nella stessa chiesa, un quadretto della Via Crucis, dato che stessa non ha un sistema antifurto.
La notte del 14 dicembre 1993 in due rimangono nascosti in un confessionale. Chiusa la chiesa e rimasti soli, accendono quasi incuranti le candele votive per farsi luce, usano una scala presente all’interno per far scendere il dipinto con l’intera pesantissima cornice, lo depongono per terra e tentano di tagliare la tela usando un semplice taglierino.
L’operazione non è delle più semplici e non riesce, ma per nulla turbati, escono, coinvolgono un recalcitrante terzo complice che al momento pure li ammonisce: "Rubare in chiesa porta male!".
La discussione procede in un bar adiacente, dove cenano e dove concludono l’affare.
Rientrano, hanno il tempo di fumarsi un paio di sigarette - forse spinelli - di tagliare la tela e di uscire indisturbati.
La tela ingombrante e dispettosa, però si srotola sul lastricato del campo e sono così costretti a rifarla su in fretta e furia e a chiuderla con i lacci delle loro scarpe.
La nascondono, nella previsione di tagliarla e venderla divisa in quattro, in un casolare nelle vicinanze dell’Aeroporto Marco Polo di Tessera. Sarà invece ritrovata e recuperata intatta dopo tre mesi.

             tiepolo_santanna Giambattista Tiepolo, Sant'Anna, la Vergine Bambina e San Gioacchino, Venezia, chiesa della Fava  

E a proposito di ladri d’arte o specializzati in tale settore, Venezia può vantare sia l’ultimo dei "Ladri gentiluomini", categoria, che come è risaputo, somma fantasia a destrezza, e acrobazia al rifiuto di ogni violenza sul derubato, sia una vera e propria "scuola veneziana" con il brevetto della specialità del furto attraverso un buco, pavimento, muro o tetto che sia.
La storia e le avventure dei ladri gentiluomini ci accompagneranno lungo le Zattere, fino quasi ai Magazzini del Sale.
In una calle laterale, Calle dello Squero, vi sono l’ultima abitazione-studio di Emilio Vedova (Venezia 1919-2006) e la fondazione intitolata al Maestro, uno dei grandissimi dell’arte contemporanea.
Il furto, ultimo dei clamorosi furti d’arte veneziani è di fine marzo 2007, è di quelli tipicamente di "scuola": viene praticato un foro sul tetto, qualcuno si cala all’interno della Fondazione e sottrae un numero rilevante di piccole opere, tra disegni, schizzi, grafiche.
Nessuno si accorge al momento di nulla, le indagini però, sono di quelle fortunate e arrivano a un repentino successo.

emilio_vedova Emilio Vedova

All’interno di quattro scatoloni depositati nel magazzino di un settantenne dell’isola Giudecca, sono recuperate 346 opere del maestro.

Piccole, ma, viste le quotazioni, piuttosto "buone".

Ultimo aggiornamento Lunedì 21 Novembre 2011 09:18
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