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Lorenzo Lotto un grande veneziano | Stampa |

 

I luoghi della pittura di Lorenzo Lotto, un grande del Rinascimento riconosciuto come tale solo nel secolo scorso e tutto da riscoprire, passo dopo passo.
Le Gallerie dell’Accademia, la chiesa dei Carmini, la Basilica dei SS.Giovanni e Paolo, S.Giacomo dell’Orio.

 

A Venezia la tradizione artistica è così radicata, così diffusa e così “naturale”, che non è difficile vedere ragazzini giocare al calcio con pali delle porte iscritti su tombe di dogi, come capita ad esempio in campo SS.Giovanni e Paolo, o cavalcare come cavalli a dondolo la coppia di leoni scolpiti in marmo rosso di Verona, da Giovanni Bonazza nel 1722, nella Piazzetta dei Leoncini a S.Marco.
Partiremo proprio da questa frivola osservazione, per un percorso che ci consenta la scoperta di una grande artista del ‘500, maltrattato in vita nella sua città di nascita, e così profondamente osteggiato, da essere “riscoperto” solo nel secolo scorso grazie a Bernard Berenson, famoso e integerrimo storico d’arte statunitense.

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Autoritratto
Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid

Lorenzo Lotto nacque a Venezia nell’anno 1480, non si conosce esattamente il luogo esatto, fu scolaro con molta probabilità di Giovanni Bellini detto il Giambellino (Venezia 1430), o del muranese Alvise Vivarini (1446).

Sia come sia, Lorenzo Lotto trascorre adolescenza e infanzia a Venezia, ma gli esordi pittorici, datati una ventina d’anni dopo, sono in provincia, a Treviso.
Esordisce come ritrattista con forti accenti legati ad Antonello da Messina, sodale del Giambellino, che a Venezia giunge a metà degli anni ‘70 del 1400, e nell’ambito della committenza religiosa con la Sacra Conversazione del 1505 per la chiesa di Santa Cristina al Tiveron, frazione di Quinto di Treviso.

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Ritratto del vescovo
Bernardo de' Rossi
, 1505,
Napoli, Capodimonte

Ritrattista, quindi (grandissimo), ma con una committenza “ufficiale” che lo porta a una sorta di perenne praticantato al di fuori della capitale della Repubblica Serenissima, e a una conseguente, se non a una vera e propria stentatezza economica, a una sicura difficoltà nel progettare il proprio futuro, che ne pregiudicherà, molto probabilmente, le scelte e gli esiti pittorici complessivi.
E’ un pittore sensibile alle influenze dei grandi del cinquecento, dai quali ora attinge per la costruzione del modello compositivo, ora per l’uso del colore, “nordico”, oppure più vicino agli esiti belliniani se non giorgioneschi, tipicamente veneziani.
Comunque, fedele al motto evangelico, Lorenzo Lotto non fu “propheta in patria” e a Venezia, dipinse sole tre pale d’altare (che andremo a scoprire), tutte molto osteggiate, se non dileggiate, dagli “operatori culturali” del tempo, come Ludovico Dolce, biografo del sommo Tiziano.
Proprio Tiziano di dieci anni più giovane, molto attento alla scienza del marketing (chissà come si chiamava al tempo) che gli procurerà committenza e bottega, fu uno dei principali osteggiatori del Lotto, al punto di chiamare in causa, nel 1548, Pietro Aretino, che scrisse una pesantissima lettera, dove rivendicava, con accenti quasi intimidatori, la superiorità di Tiziano in campo artistico.

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Ritratto di gentiluomo, 1527,
Venezia, Gallerie dell'Accademia.

Iniziamo la nostra escursione presso le Gallerie dell’Accademia, fermata Actv Accademia, dove troveremo il famoso ritratto de “Gentiluomo allo studio” o “Il giovane malato”, dipinto nel 1527.
Il dipinto, un giovane emaciato visto in trequarti mentre sfoglia un pesante libro appoggiato a un tavolo, racchiude tutta una serie di simboli allegorici, legati all’umano effimero svolgersi delle cose terrene, tra le quali i petali di rosa, la lucertola appoggiata sulla tavola alla destra del quadro, lo sfondo con un liuto e un corno che possono rappresentare la rinuncia delle cose vane a favore della conoscenza: il libro posto sul tavolo che il nostro sta appunto sfogliando.

E’ un ritratto famosissimo per la storia dell’arte, dipinto nella piena maturità del Lotto, che da la misura della scelta di campo dell’artista, che si rifà senza mezzi termini alla scuola lombarda, soprattutto bresciana, con la quale viene direttamente a contatto nella stessa Bergamo dove vive per tredici anni, sia per soggetto che per lo spegnimento di qualsiasi accenno aulico, ma con viva attenzione alla riflessione intellettualistica ed intimistica.
Dalle Gallerie dell’Accademia, il nostro percorso si sposta alla ricerca delle tre pale d’altare presenti in città.
Lo faremo seguendo un percorso zigzagante perché accordato con la cronologia delle stesse opere.
Osteggiato in città, costretto a trasferirsi a Treviso, poi a Roma, infine per un lungo periodo a Bergamo, Lorenzo Lotto, ritorna a Venezia nel 1525.
Continua a produrre per lavori che gli sono commissionati in provincia e solo nel 1529 affronta la prima opera “pubblica”, la “Gloria di S.Nicola, tra San Giovanni Battista, Santa Lucia e angeli” per la chiesa dei Carmini, edificio situato a pochi minuti a piedi dalle Gallerie dell’Accademia.
E’ un quadro, che visto con gli occhi dello spettatore moderno risulta di commovente bellezza, per l’uso del colore, la melanconia dei volti e l’arditezza prospettica del paesaggio e del santo in volo.
Di tutt’altro avviso invece Ludovico Dolce, “manager” del Tiziano, che ne stronca sia la struttura sia l’uso del colore, al punto di indicare come esempio del cattivo dipingere proprio questa pala, (una pubblicità comparativa si direbbe oggi giorno).

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Lorenzo Lotto, Pala di S.Antonino,
Venezia, Basilica dei Ss. Giovanni e Paolo

Passeranno circa tredici anni perché Lorenzo Lotto, “possa” pensare di dipingere una nuova pala d’altare a Venezia.

Lo fa per i frati Domenicani della Basilica dei SS.Giovanni e Paolo (dai Carmini raggiungere la fermata di Ca’Rezzonico, poi battello di linea 1 per Rialto e infine a piedi, circa dieci minuti), dove dipinge “L’elemosina di S.Antonino”.

Così descrive l’opera lo storico Gian Carlo Argan: “Il richiamo al Carpaccio è evidente [...] All’enfasi travolgente delle glorie tizianesche il Lotto, col suo orrore per la retorica, oppone l’immagine ostentatamente borghese di una burocrazia delle grazie: col santo che legge scrupolosamente le suppliche che raccoglie un accolito e, udito il parere degli angeli che gli parlano all’orecchio, dà le opportune istruzioni all’altro, addetto alla cassa.
Fede e provvidenza, dunque, non sono entità trascendenti ma fatti di questo mondo, realtà sociali: e questo [...] è un pensiero di una modernità che Tiziano, ultimo dei grandi umanisti, non avrebbe mai concepito. È una modernità che si traduce in sorprendente novità pittorica nell’assieparsi dei poveri in primissimo piano [...] in una zona che appartiene in parte allo spazio del quadro e in parte a quello dello spettatore, che così è come preso in quella ressa di devoti imploranti. Per la prima volta, invece del coro che commenta l’azione, abbiamo una folla che vi partecipa».

Dovremo aspettare solo quattro anni questa volta, per la terza e ultima opera del Lotto a Venezia.
E’ la pala per la chiesa di S.Giacomo dell’Orio, “Madonna e santi”.
Viene dipinta a 66 anni, molti acciacchi tormentano Lorenzo, al punto che nello stesso anno decide di scrivere il testamento, confessando di possedere ben poco e che questo poco non farà certo la fortuna degli eredi.
L’opera è rappresentativa di queste difficoltà, per misura, molto contenuta, che per la qualità stessa del tessuto pittorico, così scarno da essere evanescente e sinistramente cupo.
Conclusa questa visita, Campo S.Giacomo dell’Orio, si presta a un momento di riposo e meditazione, prima del ritorno, fermate di S.Stae o Riva di Biasio a scelta, entrambe servite da vaporetto di linea 1 ed entrambe poste nelle vicinanze del campo stesso. 

Alessandro Rizzardini (riproduzione riservata ©)
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